Perchè amo scrivere

Se non scrivo non  so pensare. Ho sempre ritenuto che in qualche modo, la mia fantasia fosse neuronalmente collegata ai tendini delle mie mani, che conducono ai miei polpastrelli mentre pigiano rumorosamente sulla tastiera di un computer. Quella serie di caratteri impressi su un supporto plastico ed allineati in modo apparentemente bizzarro su una piastra metallica, combinati in modo opportuno per mezzo del mio tamburellare nient’affatto casuale, sono gli unici in grado di trasmettere ciò che è embrionalmente presente nella mia psiche ma che in nessun altro modo ero riuscito ad esternare.

Da sempre, sono riuscito a dare organicità ai miei pensieri solo nell’atto della scrittura e, in modo surrogato, quando sono stato coinvolto in orazioni (convegni, conferenze, presentazioni, esami universitari).

La chiave del mio  pensare è dunque la  comunicazione: se non comunico non penso, e se non penso non vivo; amo dunque scrivere perché amo la mia vita, e rendere fruibile il mio pensiero ad altre menti organizzate in modo casualmente diverso dalla mia.

Tufo di Minturno: alla ricerca del cromosoma perduto


Ricercare le proprie origini scavando nella memoria dei propri cari, può essere a volte fondamentale per ricostruire il puzzle storico del nostro territorio e per far venire a galla tanti eventi ed accadimenti storici che sono stati ignorati o sottovalutati dai manuali storici, e che invece hanno determinato quella che è oggi la nostra società civile. Proprio per questo ho pensato di condividere con voi, in questo blog, la scoperta dei miei cromosomi Minturnesi che, mescolati a quelli Gaetani, Formiani ed Avellinesi e forse un po’ Calabresi e Romani sono sicuramente i principali responsabili di quel regalino che è stato donato quasi 38 anni fa ai miei genitori e che hanno dovuto con cura plasmare ed educare per determinare la mia personalità odierna.

Molti miei cromosomi, almeno un quarto appunto, appartengono infatti a questa terra, ed in particolare a Tufo di Minturno. Mia nonna  – madre di mio padre Dino Artone  –  era di Tufo e si chiamava Palmina Tucciarone, figlia di Egidio Tucciarone, sempre di Tufo. Suo fratello, l’Ammiraglio Ispettore Tucciarone Alessandro Pio  (che qualche vecchio del luogo forse ancora ricorda)  è stato probabilmente il più alto ufficiale nato nel nostro Comune e limitrofi. Infatti egli – che era anche Ingegnere navale e aveva comandato sommergibili – diventò Ammiraglio Ispettore della Marina, cioè due gradi più su del generale. Poi, fra i tre papabili da nominare a Capo di Stato Maggiore della Marina in Italia, egli non fu scelto solo perché la norma prevedeva che fosse il più anziano dei tre, mentre lui era il più giovane.

Nonna Palmina ci raccontava che solo lui, dei quattro figli di Egidio, fu mandato a studiare con notevoli sacrifici. E quando venne la lettera dall’Accademia Navale di Livorno, in cui si diceva che il giovane Alessandro Pio era stato il primo in graduatoria a entrare nella prestigiosa Accademia, sua mamma lesse nella piazzetta centrale di Tufo la lettera pervenuta dal Direttore dell’Accademia. Infatti lei, la mia bisnonna Maria Càrmina, era per così dire la “letterata” del paese, perché era tra i pochi a saper “leggere e far di conto”, avendo fatto – pensate – tre anni di scuole elementari a fine “Ottocento”!  Cosicché era lei che leggeva e scriveva per conto di tutti le lettere per i soldati di Tufo, durante la Prima Guerra mondiale.

A proposito, al fratello di mia nonna – Alessandro Pio Tucciarone – era stato dato il nome di Alessandro perché un Don Alessandro Tucciarone  (fratello di Ignazio, nonno di Egidio, padre di mia nonna Palmina), era stato una delle figure più famose della Storia di Tufo (che è di circa un millennio). Infatti quel sacerdote  si era comportato da grandissimo eroe durante il colera del 1837, in cui morirono 816 cittadini del Comune di Minturno, salvando diecine di vite e restando incolume lui solo per un vero miracolo; e nel 1839, in veste di parroco della chiesa di S. Leonardo, in una supplica inviata al Regno delle Due Sicilie attraverso il Marchese don Giovanni d’Andrea, chiese aiuto per l’estrema miseria in cui era ridotto il paese, e riuscì ad avere la donazione – per Tufo –  di due grandi tenimenti, quello di Santa Cristina e quello di San Marco. Un pezzo di questo tenimento a San Marco, alcuni decenni dopo, diventò poi di proprietà del mio bisnonno Egidio Tucciarone. (nonno cioè di mio padre).

E comunque, la famiglia Tucciarone era, qui in Tufo, imparentata anche con i Fusco, i Carcone, i Rasile, i Tambolleo, gli Sparagna, e con i Mazzucco… È  nostra lontana parente, infatti, Melania Mazzucco – Premio Strega 2003 con Vita  – figlia di Roberto, scrittore e commediografo nativo di Tufo; è anche nostro parente il famoso Don Domenico Tambolleo, nato a fine Ottocento, sacerdote missionario in Argentina, nonché scrittore e poeta,  docente di Patrologia, Lettere e Storia, e autore – tra l’altro – delle famose Odi Mintunesi. Come pure era nostro parente l’ancora più famoso Cristoforo Sparagna, scrittore, poeta, scultore e pittore, vincitore anche di Premi Nazionali di poesia, riportato in testi di  Letteratura Italiana di Dolci, finalista del Premio Bagutta  – a metà degli anni Trenta – e autore di numerose opere, anche in latino e greco antico, oltre che in dialetto traettese, tra cui ricordo i Canti traittìsi e un sunto della Divina Commedia, anch’essa in dialetto.

Spero che questo mio piccolo contributo stimoli ognuno di voi a tirar fuori il proprio pezzo di questo immenso puzzle che è la storia del nostro territorio:  è solo riscoprendo le nostre radici e facendo esperienza del nostro passato, che potremo costruire, sulla base solida della conoscenza, un futuro migliore.

Articolo comparso su Minturnet il 19/06/2012

Minturno – Scauri, ore 6:20 a.m.

Minturno,  una giornata qualunque di maggio, ore 6:20 La stazione di Minturno – Scauri brulica di gente. Una buona parte di questa, prenderà il treno per Napoli Centrale. Facendo un rapido conto, mi sembra di vedere circa 100 persone sul binario, più diverse altre appollaiate sopra le scale. Il treno per Napoli delle 6: 24 è insolitamente puntuale. Anzi, quasi puntuale, poiché porta solo 3 minuti di ritardo. “Siamo in Italia, quindi è in orario” sento qualcuno dire dietro di me, come se mi avesse letto nel pensiero. In ogni caso, arriverà prima del mio treno, previsto per le 6:23 e in ritardo di 5 minuti, così come recita il sito “viaggiatreno” che consulto dal mio cellulare, nella speranza che sia sincronizzato con il database di trenitalia … perché – capita anche questo a noi pendolari – si può perdere un treno perché ci si è fidati dei ritardi dichiarati in tempo reale sul sito “viaggiatreno”. Mai fidarsi dei siti di trenitalia, l’ho imparato sulla mia pelle. La gente sale sul treno per Napoli, che riparte con un po’ di difficoltà alla volta del capoluogo Partenopeo. Restiamo sul binario in sessanta persone circa: avevo sottovalutato i pendolari Romani, evidentemente, oppure qualcun altro è arrivato all’ultimo momento: è prima mattina, qualche minuto di sonno in più, non guasta mai. “Sta arrivando la gente del 6:30” sento dire invece alle mie spalle: era quella la ragione della piccola folla. Il “6:30” o “2380” per i tecnici, è denominato anche il “treno sfigato”. 1 ora e 54 minuti se tutto va bene per arrivare a Roma Termini. Fa tutte, ma davvero tutte le fermate, e viene sorpassato da qualunque treno: una volta anche (non è una battuta) da un treno merci. Accadde  a Torricola, alle porte di Roma, quando già ci sembrava di veder comparire la capitale all’orizzonte. La gran parte dei pendolari presenti sul marciapiede sono insegnanti, ma ci sono anche tanti militari, e diversi altri professionisti. Poi c’è qualche genitore che raggiunge i propri figli a Roma, e qualcun altro, soprattutto anziani,  che raggiunge i propri cari ricoverati negli ospedali della capitale. Il treno che prenderò è il “2416”, ed è uno dei famosi “interregionali” che fermano a Minturno – Scauri da un paio d’anni, grazie ad una petizione che, fortunatamente, ebbe un notevole successo e fu “ascoltata” da chi di dovere. In teoria, con 1 ora e 30 sarò a Roma. Da quando il treno ferma a Minturno, ogni giorno però sembra perdere una carrozza e per questo diventa sempre più affollato. Tra noi pendolari, scherziamo sul fatto che prima o poi vedremo arrivare solo il locomotore cavalcato dal capotreno. Il “2416” passa davanti a noi e i freni stridono. Allunghiamo lo sguardo: sono poche carrozze, tanto per cambiare. Insieme al mio gruppetto di amici pendolari, getto uno sguardo per cercare di capire in quale carrozza ci sono più posti liberi, se ce ne sono. C’eravamo posizionati “lato Napoli” ma, manco a dirlo, qualche posto è nella seconda carrozza “lato Roma”. “Ci sono troppi posti: probabilmente quella carrozza ha qualcosa che non va” scherzo (ma non troppo), con i miei amici, mentre insieme a loro corro verso l’estremità nord del marciapiede, inseguendo i fantomatici posti liberi. “Credo che sia la stessa carrozza di ieri, ha i finestrini rotti” mi risponde uno dei miei amici. Il treno si ferma, ma le porte non si aprono. I colleghi pendolari dall’altra parte del finestrino, ci guardano sconsolati: il treno era puntuale (secondo i canoni Italiani), ma ora, per “colpa” delle porte, resterà fermo alla stazione di Minturno per almeno 10 minuti, passati i quali  finalmente ci farà salire.. Forse. Nel frattempo, inizia a piovere. “Non sono ancora partito per Roma, e già sono stanco” penso tra me e me. Alfonso Artone Pubblicato su Minturnet 

Scrittore e Direttore Aquadro Talent School